di Pierre Guichard

Il 10 febbraio 1394 a Firenze, una deliberazione della Repubblica stabiliva che i consiglieri della Mercanzia, l’Università dei Mercanti, il proconsolo e i consoli di tutte le Arti dovessero offrire “torchiettos de cera” (specie di cero formato con l’unione di quattro lunghe candele) ogni anno, in perpetuo, per la festa di San Lorenzo del 10 di agosto.

Stemma dell’Arte dei Fornai di Firenze

 

I membri dell’Arte dei Fornai di Firenze (prima della fine del XVI secolo, i pastai facevano parte della corporazione dei fornai e dei panettieri, essi pure fabbricanti di pasta) si recavano a fare l’offerta rituale alla chiesa di Orsanmichele dove possiamo ancora ammirare un affresco che raffigura San Lorenzo dipinto su un pilastro con sopra il simbolo dell’Arte (stella bianca a otto punte in campo rosso, vedi qui a fianco).

Tuttavia, la festa religiosa più importante veniva celebrata nella basilica laurenziana e nel quartiere di San Lorenzo[1] dove svolgevano la loro attività molti fornai che, per l’occasione, addobbavano le botteghe con pane lavorato in forme fantasiose e con “la lasagna”, che si mangiava poi durante la festività[2].

Basilica di San Lorenzo di Firenze

Si trattava di “una sorta di pasta di grano, sottile, e in forma di larga striscia o nastro, leggermente increspata da un lato, la quale per lo più adoperasi per minestra”[3].

Pappardella di San Lorenzo come viene prodotta nel Pastificio Fabbri

È proprio quel particolare formato di pasta che produce il Pastificio Fabbri con la stessa trafila da più di 70 anni e che oggi viene chiamato “pappardella”. A Firenze e nel Chianti, la pappardella di San Lorenzo si cucina tradizionalmente con un ragù a base di lepre (detto “sulla lepre”), di coniglio o di cinghiale. Nella famiglia Fabbri, la festa di San Lorenzo viene celebrata ogni 10 di agosto da generazioni e le famose pappardelle fanno naturalmente parte del menù del giorno.

 

 

 

Note e referenze

[1] La mattina i Magistrati andavano processionalmente a dare un’offerta alla chiesa, poi assistevano alla messa cantata e la sera si correva il palio dei cavalli dalla Porta San Gallo, fino a tutto il Borgo di San Lorenzo.

[2] Sia il pane che la pasta venivano poi offerti alla popolazione più povera e, alla sera, si distribuivano a tutti fette di cocomero.

[3] 5° edizione (1863-1923) del Vocabolario degli accademici della Crusca, vol.9, pag.94, citato in L. Artusi, Le feste di Firenze…, Newton Compton, Roma, 2005, p. 248.

 


 

L. Artusi, Le feste di Firenze : dalla candelora a Berlingaccio, dal Palio di san Giovanni al calcio fiorentino, dallo scoppio del carro al Calendimaggio, un viaggio pittoresco attraverso i giochi, le festività, le ricorrenze tradizionali di questa bellissima città, Newton Compton, Roma, 2005, 312p.

L. Artusi, Deo Gratias : storia, tradizioni, culti e personaggi delle antiche confraternite fiorentine, Newton Compton, Roma, 1994, 448p.

A. Cocchi, Le chiese di Firenze dal secolo IV al secolo XX: Volume I. Quartiere di San Giovanni, Pellas, Cocchi & Chiti successori, Firenze, 1903, 290p.

L.A. Giamboni, Diario Sacro e Guida Perpetua. Per Visitare le Chiese della Città di Firenze e i Suoi Sobborghi in Tutti Giorni dell’Anno, Nella stampa d’Iacopo Guiducci, Firenze, 1700, 476p. 

S. Serventi e F. Sabban, La pasta. Storia e cultura di un cibo universale, Laterza, Roma-Bari, 2004, 515p.